Dopo un periodo in cui molte tradizioni stavano sciamando, da qualche anno sembra stia avvenendo un ri-torno alle cosiddette feste campestri che richiamano un numero sempre maggiore di partecipanti.
Tali feste si svolgono perlopiù in santuari siti fuori dal paese e sono: San Lussorio nell’omonima chiesa, la madonna del Buon Cammino in località Buon Cammino, la Madonna degli Angeli a Gairo Taquisara, lo Spirito Santo nel cen-tro abitato, Sant’Elena nella chiesa omonima del Paese Vecchio e San Giuseppe a Gairo Taquisara. Le manife-stazioni che si svolgono a Gairo sono soprattutto d’origine religiosa, con la sola differenza della Sagra del cin-ghiale, di recentissima istituzione, che si tiene in concomitanza con la festa di Sant’Antonio Abate.
Quest’ultima è d’origini remote ed è molto sentita dalla popolazione, soprattutto perché legata alla tradizione contadina che riteneva di buon auspicio, per l’andamento dell’annata, la buona riuscita del fuoco che si accende la sera. Oggi-giorno si approfitta dell’occasione per cucinare la carne dei cinghiali che i cacciatori procurano per l’occasione durante la stagione venatoria. Sempre in questa serata, si servono svariati dolci prodotti appositamente per la ri-correnza da coloro che si cimentano nel coordinamento dei vari aspetti organizzativi.
Il tutto, naturalmente, ba-gnato da ottimo vino ed altre bevande di vario genere. Tutti i festeggiamenti che si svolgono nel paese sono ac-compagnati da balli tipici e/o altri spettacoli e, talune volte, anche da giochi e competizioni sportive. Infatti, la monotonia della quotidianità, oggi come quando si abitava nel vecchio paese, veniva rotta dalle feste popolari, nelle quali, oltre che pregare, ci si allietava con divertimenti a volte infantili e quasi folli.
Per la Settimana Santa i ragazzi avevano molto da fare per lo “strepito dell’Ufficio delle tenebre”. Non sembrava vero, vista l’inusualità dell’accadimento, che una volta tanto potessero fare baccano in chiesa, tant’è che questo appariva come un rito. C’era infatti chi si forniva di “matracca”, chi di “furriola”, chi di un tubo di canna innestato in un corno di bue spuntato allo scopo di farne uno strumento per produrre forti rombi: Peppino Meloni, grazie ad un guscio di tritone di grosse dimensioni che aveva trovato nella spiaggia, faceva tanto chiasso da superare lo strepito generale.
Tutti trattenevano il respiro in attesa che il sacerdote, finita la messa, battesse qualche colpo sul Breviario, che era il segnale di inizio di un frastuono indiavolato che aveva luogo proprio sull’uscio della chiesa. Durante il Venerdì Santo lo strepito accompagnava tutta la processione dell’Addolorata, il cui simulacro veniva portato alla chiesa dello Spirito Santo, perché ripartisse il mattino di Pasqua al fine di ce-lebrare l’incontro con l’altro simulacro del Figlio Risorto, che avveniva puntualmente nella zona di Abbargius.
Alla fine della processione dell’Addolorata i ragazzi si divertivano a fare baldoria con Furriolas e matraccas, che a quei tempi erano sempre numerosissime. Questi strumenti erano degli antichi “giocatoli” realizzati apposita-mente per fare chiasso.
Altra occasione per rompere la monotonia era ed è ancora oggi la messa di mezzanotte della notte di Natale.
Durante alcune ricorrenze i ragazzi andavano in giro per le case a chiedere qualcosa di caratteristico da mangiare, che si preparava per l’occasione. Gridavano “a is istrinas”, (alle strenne, che non erano altro che i doni di buon augurio che ricevevano da tutte le famiglie alla cui casa andavano a bussare), girando per le case il primo giorno dell’anno, “a is panisceddas” (alle pabassine, i dolci di uvetta, mandorle, noci e vino cotto) per la festa di Sant’Antonio Abate, “a is zippulas” (alle frittelle) per il Carnevale, “a is animas” (alle anime dei defunti) il gior-no della commemorazione dei defunti.
In tutte queste occasioni tutte le famiglie che potevano, davano qualche cosa ai ragazzi che passavano a chiedere e infatti, in quei giorni, tutte preparavano un cestino con un ampio as-sortimento di dolci, noci ed anche degli spiccioli da donare un po’ a tutti coloro che andavano a bussare alla por-ta in virtù di quell’antico rito. Rito che ancora oggi si pratica, anche se solo per la giornata della commemorazio-ne dei defunti.
L’ultima notte dell’anno, invece, si giocava ad indovinare matrimoni. Si dava il nome di un ragazzo del pa-ese ad una foglia verde d’olivastro e quello di una ragazza ad una foglia verde d’olivo e le si buttava poi ad una certa distanza tra loro nella cenere calda del focolare. Per il forte caldo, si accartocciavano e saltavano da una parta all’altra avvicinandosi o distanziandosi: se il salto era convergente si deduceva che i due ragazzi si sarebbe-ro sposati, mentre invece il pronostico era contrario se il salto era divergente.
Feste particolari di Gairo erano e sono tutt’oggi quella dello Spirito Santo, della Vergine Assunta, di Sant’Elena i cui festeggiamenti avevano luogo nel paese e quelle di N. S. di Buon Cammino e di San Lussorio che si svolgevano nelle rispettive chiese.
Alla festa dello Spirito Santo era dedicata una chiesa, attualmente distrutta, sulla quale si narra una partico-lare leggenda inerente la sua costruzione.
Nonostante la patrona del paese fosse Sant’Elena, a cui è stata ed è tutt’oggi dedicata una chiesa che sorge nel vecchio abitato in cui viene festeggiata, malgrado non sia più la Patrona del nuovo centro, alla festa dello Spirito Santo ci si preparava con una novena spettacolare alla quale partecipavano anche i paesi di Osini, Ulassai, Lanusei e Jerzu nonché molte altre persone provenienti da altri paesi. Si trattava di una pratica religiosa con-sistente in un ciclo di preghiere e di pii esercizi della durata di nove giorni (da cui il nome) effettuati in onore ed in segno di devozione nei confronti del Santo al fine di ottenerne le grazie.
Il sabato della vigilia cominciando all’imbrunire, si dava luogo a “su ingiriu”: le donne che avevano dei problemi propri o di qualche familiare, gi-ravano in ginocchio attorno alla statua della Santissima Trinità, e poi attorno alla chiesa sempre in ginocchio, pregando con grande devozione: a questa preghiera penitenziale si attribuiva, dunque, un’efficacia particolare. Qualcuna, in particolarissime circostanze personali, oltre che in ginocchio ha girato intorno alla statua striscian-do anche la lingua per terra.
File lunghissime di donne camminando per due recitando il rosario, venivano a piedi dai paesi vicini tutti i giovedì, a cominciare da quello della settimana di Pasqua, assistevano alla messa e se ne ritornavano alle loro case a gruppi sciolti, chiacchierando. Per queste donne la festa si celebrava la domenica, assistendo alla messa ed alla processione.
Il lunedì successivo, terzo giorno della festa detto Sa Festa de is Bagadius, la festa dei celibi., arrivavano quelli di Lanusei e di Ilbono. Le ragazze di Lanusei veneravano lo Spirito Santo col titolo di Su Santu Coiadori, il santo pronubo dei matrimoni: infatti durante quel giorno di festa, nella località su Mont’Orrubiu, a circa un chilometro da Gairo, lanciavano un sasso nella scarpata e dal modo con cui esso rotolava né venivano dedotti i loro pronostici matrimoniali.
Questa festa è ancora oggi frequentata da persone provenienti da tutta l’Ogliastra, e dalla Barbagia di Seulo. Anticamente si dava ai pellegrini che vi si recavano un pezzo di carne arrostita, “su car-ramponi”, da qui l’antico nome de “Sa Festa ‘e Su Carramponi”.
La festa di Sant’Elena è oggi un po’ meno solenne rispetto a quella dell’odierno patrono. Ma prima un si-gnore anziano, Ziu Vissenti ‘e Idda non mancava mai di spargere sul pavimento della chiesa di Gairo Vecchio in cui veniva festeggiata, rametti di rosmarino che portava da Pranedda e che i fedeli, al ritorno dalla processione, raccoglievano e portavano devotamente a casa come fossero cosa benedetta.
Nella terza domenica d’agosto si celebra la festa di San Lussorio nell’omonima chiesetta di campagna sita lungo la strada provinciale che collega Gairo a Cardedu. In passato, la sera prima si accompagnava in processio-ne il simulacro fino all’uscita del paese, poi lo si consegnava velato a quattro uomini affinché lo conducessero alla sua chiesa. Recentemente uno di questi uomini si è permesso lungo il viaggio di trattare sacrilegamente la statua. La popolazione ha poi visto il castigo di Dio per quel sacrilegio nel fatto che qualche anno dopo quel gio-vane padre di famiglia sia morto sotto una frana, lungo quella medesima strada.
Oggi il simulacro di San Lussorio viene accompagnato sempre la sera prima dei festeggiamenti nella sua chiesa rurale da un corteo di macchine, partendo dalla chiesa di Gairo fino ad arrivare alla chiesa campestre per poi farne il giro sempre in processione.
La terza domenica di settembre è dedicata alla festa di N. S. di Buon Cammino, che si celebra nella località omonima vicino alla costa. Recentemente ha perduto parte del suo fascino perché con l’avvento della macchina tutti vi si recano solo nell’ora del culto e dei divertimenti, ritornandosene a casa per i pasti e durante la notte. Una volta vi si dormiva per due notti in loggette disposte in due file esternamente alla chiesa.